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RIFLESSIONI SULL'ARTE E IL NOSTRO TEMPO

L’artista è, o dovrebbe essere, come una spugna sensibilissima, che "respira", che "assorbe", che avverte più di ogni altro ciò che c’è nell’aria, ed essere in grado di restituire, filtrato attraverso i suoi mezzi: segno e immagine, il proprio sentire profondo. 
Queste rifessioni prendono lo spunto dall’avvertire, non so quanto condiviso, come il nostro tempo sta vivendo un clima di debolezza culturale, di incertezza generale e di decadenza, anche in arte.
L’incombente minaccia rivolta alla nostra civiltà, alle nostre tradizioni, alle nostre radici, da ondate pseudo-culturali, che investono la società che si insinuano da ogni direzione, inevitabilmente anche nell’arte, inducono davvero all’inquietudine.
A questo dobbiamo sommare l’irrompere di odierne culture altre, che si mostrano pericolosamente invadenti, dilaganti e pericolose.
In questo caos di "identità" e senza valori, domina e impera, come nuova ideologia, la cultura degli
"ismi":
Razionalismo, scientismo, laicismo, secolarismo, materialismo, modernismo, relativismo… e così via.
Nella situazione attuale, in cui tanta parte della ‘intelligentia’ lavora ciecamente per distruggere le basi e i fondamenti della nostra civiltà, della nostra storia, delle nostre tradizioni; che considera vecchio tutto ciò che è passato, in nome di una visione modernista della vita, è inevitabile che anche la cosiddetta "morte dell’arte" sia da tempo teorizzata, praticata e presentata come cosa positiva.
Nel clima di decadenza che ci pervade, in ogni ambito della vita; in cui l’uomo è sempre più ridotto al rango di uno scimmione senza peli, in cui il pensiero laicista la fa’da padrone, secondo me anche in arte, credo che, il cosiddetto "artista", o più precisamente colui che opera con il segno e con l’immagine nel mondo dell’arte, se condivide e prende atto di tutto questo, sia pur nella convinzione che non è l’arte da sola che può cambiare le cose, non possa comunque rifugiarsi, né tanto meno trastullarsi in un intellettualismo sterile, o rinchiudersi nell’ambito di un lavoro "neutro" o "indifferente". Oppure dedicarsi alla "ricerca infinita" che, alla fine si rivela ricerca continua del niente.  No!  A mio parere, egli, ossia il cosiddetto l’artista, ha il dovere, a suo modo, di "reagire".
Mettendo il proprio lavoro, il proprio impegno, la propria arte, anche al servizio della riscoperta della nostra vera cultura, alla valorizzazione della nostra tradizione, della nostra storia, dando al proprio lavoro un indirizzo ben preciso, teso ha sottolineare l’importanza le proprie radici culturali, artistiche ed etiche.
Riaffermando con il proprio fare artistico, la nostra identità culturale greco/giudaico/cristiana, dalla quale noi, europei, artisti o meno, non possiamo, e non dobbiamo, sentirsi fuori.
Inoltre è importante, secondo me, lavorare senza timore, sapendo bene che i termini "tecnica"( nel significato originario techne, ossia arte) e "mestiere", la "artigianalità" insomma, termini oggi desueti e talvolta oggetto di vergogna per alcuno, non possono essere scissi o avulsi dalla "idea artistica", come viceversa certo pseudo-concettualismo ha voluto e vorrebbe far credere, ma ne sono parte integrante e imprescindibile.


Il mio lavoro degl’ultimi anni, mi ha visto, impegnato in questo intento, che potrei definire come una sorta di "esigenza dell‘animo e della ragione ", come un  "quieto" reagire, che amo connotare e sintetizzare con il termine "Rinnovazione".
"Rinnovazione" nel senso di ripetizione, all’infinito se necessario, nella riaffermazione di valori importanti, sapendo, ed essendo convinto che non c‘è mai bisogno di fare qualcosa di speciale o di sorprendente per progredire
.

Paolo Graziani